CAPPUCCETTO ROSSO di Perrault e fratelli Grimm

La fiaba di Cappuccetto Rosso a me è sempre sembrata un po’ affettata, anzi stonata. Tutte le fiabe offrono spunti profondi di riflessione e articolazione, o se cerchiamo bene apparenti ‘stranezze’, spesso nascoste nei dettagli e in parole o situazioni specifiche.
Le versioni più note sono quelle di Perrault e dei fratelli Grimm. Diciamo subito che sembrano entrambe un po’ ‘sciocchine’, e le fiabe non lo sono mai, quindi necessariamente ci deve essere un’altra ragione. Si scopre dunque che la fiaba in questione non è altro che un racconto secolarizzato di una narrazione di iniziazione femminile, come ne esistono molte di iniziazione maschile.
La mamma che manda Cappuccetto Rosso da sola nel bosco non è altro che un’immagine dicotomica di una stessa persona. La donna che a un certo momento della sua esistenza, o anche nel suo ruolo di madre, pensa sia ora di vivere una nuova tappa evolutiva, deve quindi esplorare e conoscere. Può darsi che nella prima fase della sua vita abbia cercato prioritariamente di soddisfare la sua vocazione alla maternità – che non ne esclude altre -, ma ora ha necessità di altri stimoli. Questa esigenza in ogni caso è ancora tenera, in erba, si muove incerta nel bosco del mondo. Il viaggio però non avviene solo in una sola direzione emotiva e intellettuale. Spesso quando si ha in gestazione un cambiamento si fa anche un viaggio a ritroso, non di rado a conoscere più dal profondo i nostri nonni o gli avi. Per una curiosa legge dell’alternanza è lì che troviamo alcune verità più profonde. Cappuccetto Rosso confonde incredibilmente le fattezze della nonna con quelle del lupo. E’ un grande classico che nei vari processi di traslazione culturale in questo caso perde mordente. In realtà Cappuccetto Rosso fa la finta tonta (altrimenti come nella fiaba bisogna intenerirsi fino a perdere il senso delle cose), perché la tensione verso la rinascita personale o una tappa evolutiva (anche di natura psichica e sessuale) determina spesso un problema che ne può includere diversi. E’ la nostra crescita che contiene gli enzimi per sconfiggere ciò che è ostile o negativo. Affinché questo possa accadere il problema ci deve avvolgere, entrare in noi come noi nel problema. Nella realtà e nel mito è sempre così. Giona deve essere inghiottito dalla balena, che lo risputa: la forza della profezia gli urla dentro. Cristo contiene germi di vita eterna che la morte non può trattenere senza essere sconfitta. Neo di Matrix si tuffa dentro l’agente Smith, annientato dalla verità che l’eroe porta con sé. Tutti gli eroi, reali e/o mitici, devono sempre salvare il bambino interiore, l’eros. Cappuccetto Rosso infatti è la donna che salva la bambina che è in lei, diventando quest’ultima una guida. Il lupo la inghiotte come la nonna, ma entrambe escono salve, perché quando ciò accade nel peggiore dei casi c’è sempre un fattore esterno (il cacciatore) che interviene e si viene quindi partoriti al nuovo mondo, alla nuova realtà esistenziale. Il cacciatore è amico della nonna, ciò simboleggia la forza di un valore antico ma fortemente proiettato al futuro. Spesso è una figura maschile (ma potrebbe essere anche femminile), e rappresenta colui che introduce un nuovo paradigma. Cappuccetto Rosso entra nel mondo sociale con la consapevolezza di ieri, muovendo i primi passi verso il suo futuro.

Gino Pitaro

Nasce a Vibo Valentia e ha svolto attività di redattore, articolista freelance e di documentarista. Vincitore di numerosi premi, è autore del romanzo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore, 2011), Babelfish (Ensemble, 2014) e Benzine (Ensemble, 2015).

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