Trilogia di New York di Paul Auster

La scrittura di Paul Auster è una fra le più ispirate degli ultimi decenni. Trilogia di New York si può considerare un libro manifesto, nel senso che illustra il tipo di ispirazione dello scrittore, anche se al contempo non mi sembrano poi tantissimi i suoi romanzi o racconti figli di un vero afflato vitale: qua e là c’è un certo rimescolamento. Auster dà il meglio di sé quando affonda le radici della scrittura in una sorta di esistenzialismo alienato e al contempo partecipe di una realtà dove dietro l’ordinario si nasconde lo straordinario, biforcazioni che conducono i protagonisti alla scoperta di se stessi o li introducono in altre dimensioni. L’incidente, il caso, o meglio l’introduzione nella vita degli altri per ragioni professionali, eventualità simulate o dissimulate, si rivela per i protagonisti un viaggio iniziatico, a volte allucinatorio.
In ‘Città di Vetro’ uno scrittore accetta la sfida dovuta a un frainteso (vero? orchestrato da misteriosi personaggi?) di indossare i panni di un detective. Il suo si trasformerà in un percorso ossessivo, dove il coinvolgimento per le vicende lo magnetizzeranno verso un altrove, parallelo o contiguo a quello di un ricercatore (pazzo?) che vuole trovare le parole primigenie, quelle che vengono prima delle lingue: le parole di Dio.
In ‘Fantasmi’ il pedinatore diventa pedinato. Il gioco a specchi fra i due diventa metafora del mestiere dello scrivere, ovvero della capacità di osservazione che sta alla base della scrittura. Scrivere essendo o sapendo di essere oggetto di narrazione: come lo sguardo degli altri muta la nostra esistenza e la nostra scrittura? come la nostra vita dirige l’esistenza dell’osservatore? da osservati consapevoli mutiamo la narrazione? Da osservatori coscienti o meno sappiamo che cambiamo la narrazione di chi scrive? di chi quindi lascia i segni della vita che scorre e contribuisce a comporre il presente e ricomporre il futuro. In genere la risposta non esaustiva che noi ci diamo è che comunque siamo e diventiamo ciò che narriamo.
‘La stanza chiusa’ infine ha qualcosa di struggente: un’amicizia coltivata nell’infanzia e nell’adolescenza, poi l’oblio. A un certo punto Fanshawe scompare, ma dà alla moglie Sophie una lettera: l’amico dovrà occuparsi della pubblicazione dei suoi testi inediti. Fanshawe è introvabile e l’altro si sostituisce a lui in tutto e per tutto, fino a portare i suoi libri al successo. La sua scomparsa tuttavia diventa sempre più ingombrante, fino al liberatorio finale. Sono presenti oggetti e nomi rituali, che a loro volta possono suggerire ulteriori intersezioni di senso, come per esempio il taccuino rosso o il cognome Quinn.
Nei tre piccoli romanzi il senso del mistero che conducono con sé gli altri con le circostanze, i motivi che li inducono ad agire è affascinante. Talvolta la loro presenza è solo abbozzata efficacemente per un tratto, non per difetto romanzesco, ma per scelta artistica, perché le persone vanno e vengono, e di loro spesso ne possiamo cogliere ricchi ma circostanziati elementi. Il mosaico dell’esistenza, anche una porzione di esso, rimane inconoscibile, insondabile. Osservare un rivestimento musivo da dieci centimetri ci può dire delle cose interessanti, suscitare interazioni profonde, ma nella vita spesso non ci è dato di vedere l’intera raffigurazione ma di percepire le prossimità. E anche quando vedessimo tutto da una certa distanza o dall’alto, dobbiamo sempre sapere che ciò che cogliamo è un piccolo elemento screziato di un tutto che sfugge ai nostri sensi ordinari e che non cessa di espandersi. Un aspetto di cui Auster sembra essere efficacemente cosciente.

Gino Pitaro

Nasce a Vibo Valentia e ha svolto attività di redattore, articolista freelance e di documentarista. Vincitore di numerosi premi, è autore del romanzo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore, 2011), Babelfish (Ensemble, 2014) e Benzine (Ensemble, 2015).

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