NEI BOSCHI ETERNI di FRED VARGAS

Considero la Einaudi una grande casa editrice. Per me la grande casa editrice è quella che pubblica libri belli, ma l’Einaudi oltre a ciò è una di quelle realtà che può dirsi custode del patrimonio letterario e della memoria storica. Sterminati sono i testi pubblicati, ieri come oggi, di grande importanza artistica, civile e storica. Chi acquista un testo Einaudi fa benissimo. Non una mosca bianca, dato che esistono anche molte realtà indipendenti o piccole che per me sono grandissime case editrici, oltre ai gruppi considerevoli dimensionalmente come aziende.
Ogni regola però può avere le sue relative eccezioni.
Inizio questo libro, un giallo, arrivo a pagina ventotto, quindi chiamo un amico e gli consegno in busta chiusa un foglio dove scrivo quello che secondo me è l’assassino. Mi attendono altre trecento pagine.
Al centro della vicenda c’è inizialmente il fantasma di una suora del ‘700, la quale da viva uccideva le vittime anziane che le portavano il bottino per ottenere indulgenza nell’aldilà. Oggi la malefica presenza continua con diverse modalità. Il commissario, separato dalla compagna, che prende dimora nella vecchia abitazione della eterea e cattiva presenza non è molto impressionato. A un certo punto sul suo cammino investigativo accadono certe cose, che lo portano a supporre che ad agire sia un criminale arguto. Entra in scena il solito dissociato o la solita dissociata, e appunto a pagina ventotto iniziamo a supporre che sarà uno/una di loro l’assassino. La consueta personalità bipolare, dove alfa e omega non ricordano nulla dell’altro. Proprio ieri hanno dato ‘Schegge di paura’ con Richard Gere, un film di metà anni ’90, dove già il tema era molto abusato. Idea già vecchia, utilizzata in molti gialli o thriller recenti per fra quadrare la logica. L’ottimo ‘Psyco’ è stato mediocre maestro in non pochi casi.
Che dire, alla fine il tris di papabili colpevoli convergerà verso una figura, ma l’autrice non riesce a far ritornare i conti: gli/le fa fare troppe cose, diviene propiziatore di incontri, di eccessive manipolazioni. Entra ed esce la notte nei cimiteri come se fosse al supermercato, organizza concerti al fine di spostare il commissario che segue la sua ex moglie musicista. Con misteriose proprietà taumaturgiche intercede con successo a un incontro con dei montanari normanni, si infila nelle case e negli uffici come se fosse aria. Tutto al fine di ottenere una sorta di pozione dell’immortalità, aspetto interessante, dove l’autrice mette in mostra le sue conoscenze medievalistiche.
Nei ‘Boschi Eterni’ di Fred Vargas è il più grande successo di questa autrice, che appunto si firma con tale pseudonimo, e si vanta di scrivere i suoi libri in ventuno giorni.
Io ho fatto mia la regola, per indole e per ragioni professionali, di parlare bene delle cose che mi piacciono e tacere di ciò che non apprezzo, ma un ‘sei’ pieno a Fred lo do: c’è poco arrosto, ma il fumo partecipa della sostanza. Aspetto non troppo desueto in molti gialli o thriller attuali. Inoltre il testo è scritto bene, anche se ha un linguaggio ironico e talvolta surreale che è di ostacolo alla fluidità.
E’ utile che vi dica se ho indovinato il colpevole? Ma un dubbio questo libro me lo ha lasciato. L’autrice ha scelto il diminutivo ‘Fred’, che può essere declinato anche al maschile. Mi auguro che non sia per essere presa sul serio, cioè che nel fondo significhi ‘avevo bisogno inizialmente di essere considerata uomo per essere presa sul serio come giallista.’ In ogni caso informo Fred che il mondo del giallo e del thriller pullula ieri come oggi di grandi o bravissime autrici che arricchiscono il genere.
Scopriamo che l’autrice ha scritto un libro su Cesare Battisti, il terrorista, scagionandolo. Il testo è inedito in Italia. Non ci sono sconti sui terroristi a qualunque risma appartengano, ma è anche giusto che gli innocenti non paghino per crimini non commessi. Dopo aver letto ‘Nei boschi eterni’ non so se la pubblicazione del testo gioverebbe alla causa degli innocentisti. Anche il recente processo ‘Aemilia’ contro la ‘ndrangheta viene definito dagli stessi condannati come una sentenza politica. Terroristi e mafiosi sono tutti condannati per ragioni politiche, per accanimenti giudiziari, ovvio. E trovano i loro santi in paradiso, in ascesi nei boschi normanni o in quelli dell’Aspromonte.

Gino Pitaro

Nasce a Vibo Valentia e ha svolto attività di redattore, articolista freelance e di documentarista. Vincitore di numerosi premi, è autore del romanzo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore, 2011), Babelfish (Ensemble, 2014) e Benzine (Ensemble, 2015).

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