UN MESE CON MONTALBANO

UN MESE CON MONTALBANO. Questo libro di racconti di Camilleri racchiude buona parte dell’universo di Montalbano, lo stile e la scrittura del grande scrittore.
I racconti sono scritti magnificamente, racchiusi ciascuno in poche pagine instillano curiosità, attivano la voglia di conoscere come verranno sciolte le indagini o i piccoli misteri che fanno da preambolo. Si trovano qui anche episodi del Montalbano televisivo, non so se magari alcune narrazioni della raccolta hanno trovato una forma estesa nei romanzi.
Di certo c’è l’universo di Camilleri in modo esaustivo nei fondamenti, i suoi comprimari, Augello e Fazio, determinati tratti caratteriali, di colore, di costume. E c’è la lingua. Camilleri toglie la barriera tra diegesi ed extradiegesi, raccontando le cose come facevano i nostri nonni. Determinati critici letterari hanno storto il naso per questo, ritenendo le forme gergali e dialettali sì adatte ai dialoghi, ma non al cosiddetto narratore onnisciente, quello che al di sopra descrive fatti, emozioni e circostanze. Io invece ritengo che la cosa sia riuscita e intuitiva al massimo grado, ci conduce verso quel flusso che era tipico della gente di una volta. La scrittura di Camilleri pur essendo colta e rigorosa ci porta agli archetipi della narrazione, che nel mio caso era fatto di occhi e orecchie tese di bambino, pronto a pendere dalle labbra di pescatori e contadini, artefici di un’arte del raccontare, figli di una cultura sostanzialmente non nativa dei media e con pochi libri in casa. In questo universo i narratori della comunità erano i libri del paese o della città. Camilleri ebbe molte difficoltà a farsi accettare con questa sua esigenza espressiva, venne scartato da tutti i grandi gruppi editoriali, finché la Sellerio, allora casa editrice piccola e prevalentemente regionale, gli diede credito, determinando la fortuna di entrambi.
E’ facile per me cogliere nelle varie vicissitudini e sfumature personaggi della vita reale, così come i cognomi non sono affatto inventati, piuttosto ‘mantra’ della nostra vita, di una parte di essa. Durante i miei primi ‘montalbani televisivi’ ridevo sentendo nomi e cognomi di amici e compagni di scuola. I nomi di località invece, pur essendo molto azzeccati, sono pura invenzione, come tutti sanno.
Camilleri si è definito un piccolo costruttore di chiese di campagna in relazione al confronto di scrittori come Simenon. Credo che ciò sia vero e non vero. La scrittura è figlia sostanzialmente di un certo entroterra – quindi di un microcosmo piccolo seppur umanamente ricco -, ma al contempo penso di poter dire che le sue storie reggono il confronto con non pochi grandi giallisti.

Gino Pitaro

Nasce a Vibo Valentia e ha svolto attività di redattore, articolista freelance e di documentarista. Vincitore di numerosi premi, è autore del romanzo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore, 2011), Babelfish (Ensemble, 2014) e Benzine (Ensemble, 2015).

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