IL BAMBINO SENZA TEMPO di Michele Iacono

Dalla quarta di copertina: Il romanzo prende lo spunto da un fatto di cronaca: la morte di un bambino in un paese del Medio Oriente.

Alfredo Bonafede, un uomo di mezza età dalla vita anonima, leggendo la notizia rimane profondamente colpito dalla frase pronunciata dal bimbo in punto di morte: “Lo dirò a Dio”. Da quel momento il protagonista rimane intrappolato in una sorta di sogno tra le strade del centro storico della città di Palermo, senza poterne uscire. Crede, o si illude, di poter salvare realmente il bambino da quella morte orribile, tornando indietro nel tempo, a un attimo prima che la bomba esplodesse.
Ad accompagnarlo in quest’avventura ci sono strani personaggi che incontra tra una piazza e l’altra di Palermo. In questo microcosmo di umanità, che si dibatte tra le assurdità e la realtà dell’esistenza, si sviluppano i temi del rapporto tra Dio e l’uomo, della moralità e delle illusioni che la cultura si è costruita. Il tempo della narrazione è dettato da un orologio particolare che ha la caratteristica di far ricominciare ogni volta la storia da capo.
Il romanzo di Michele Iacono è stato una bella sorpresa. Possiede a tratti la grandezza fantasy di un classico come ‘La bussola d’oro’ di Philip Pullman e il piglio neorealista di De Sica, mentre il finale sembra quasi rammentare la capacità di reinventare, di sovvertire la realtà, un film come ‘Miracolo a Milano’. L’autore percorre con bravura la via del fantasy italiano, che è sempre esistito, capace di mischiarsi con la componente neorealista, con quell’immaginazione capace di prendere il sopravvento sull’esistente, offrendo strumenti e considerazioni per ripensarlo e quindi cambiarlo per davvero. In definitiva poi è un tratto distintivo di tutta la letteratura fantastica, cambia l’alchimia.
Il libro possiede davvero le migliori caratteristiche di una storia fantastica ben congegnata. ‘Il bambino senza tempo’ è costruito con diverse ellissi narrative: quando uno dei protagonisti apre l’orologio la storia ricomincia pressappoco da un momento che precede la conoscenza reciproca dei vari personaggi: un’umanità estrema e al contempo vera, autentica. Di tradizione italiana si diceva, ma che affonda vagamente in un brodo dickensiano. Inoltre il romanzo ha una struttura basilare che ricorda il citato Bolero di Ravel. Se nel Bolero c’è un’amplificazione che raggiunge nuove vette, qui è proprio il rivissuto in modo nuovo che porta i protagonisti a imbroccare le strade migliori. E’ un approccio godibile anche dal punto di vista narrativo, che si presta ad essere possibile metafora poi del vissuto di ognuno.
Cosa criticare. Il romanzo è scritto bene, in un italiano chiaro e mai banale. Avrei evitato la sovrapposizione mediorientale, dato che da un punto di vista logico il romanzo rispetta l’unità di spazio, quindi andare a ritroso significa solo trovare l’attimo per salvare un bambino morto in un’esplosione alla Vucciria. Da marcare alcuni passaggi, per esempio quando l’orologio compare in una processione: sarebbe stato opportuno rendere di più la meraviglia dei protagonisti, il loro stupore. Infatti rimaniamo un po’ interdetti, ma in seguito capiamo il perché di quel ritrovamento. Il lettore deve essere meravigliato ma anche accompagnato nella meraviglia, nello stupore o nella incomprensione momentanea degli stessi personaggi. Quando Tommaso parla agli altri di Quasimodo dopo essere stato a casa sua, ciò non sembra legarsi bene con il tipo di conversazione avuta prima con il bieco personaggio. Se dissimulava occorre che il lettore poi sia informato. I personaggi ripercorrono le varie ellissi narrative e quindi non si riconoscono tra loro, cioè ritornano alla fase che precede la loro conoscenza, ma alcuni di essi talvolta sembra di sì, o forse è la percezione di lettore. O ancora ciò può essere giustificato in una sorta di crescendo, come il Bolero di Ravel. C’è qualche barocchismo.
Ritengo che un editing più stringente, quello che si fa cerchiando a matita e su carta i vari passaggi e poi discutendone con l’autore, sarebbe stato a vantaggio del romanzo. Non che sia stato fatto male, ma forse una revisione in più gli avrebbe giovato. Nulla però che intralci la sostanza, l’ossatura del romanzo e i suoi ispirati passaggi, che lo rendono un romanzo consigliabile, autentico, sincero che, a parte alcune discrasie, è più apprezzabile di non poche proposte mainstream sul genere.

Gino Pitaro

Nasce a Vibo Valentia e ha svolto attività di redattore, articolista freelance e di documentarista. Vincitore di numerosi premi, è autore del romanzo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore, 2011), Babelfish (Ensemble, 2014) e Benzine (Ensemble, 2015).

I tuoi pensieri sono sempre graditi