GUERRA D’ALBANIA di Gian Carlo Fusco

“Ottima gente,” disse Mussolini a Cavallero. Poi, rinfrescandosi con un sorso d’orzata, continuò: “A proposito! Né Hitler, né Ribbentrop, né Keitel hanno detto una parola circa la Russia. Non hanno detto niente di serio e di nuovo neppure a proposito dell’Egitto. Come al solito, covano il proposito di scavalcarci. Staremo a vedere! Dimenticano l’alternativa fondamentale, storica e morale, di questa guerra. I popoli non combattono per una soluzione Mosca o Berlino, ma per decidere se i prossimi mille anni debbano essere di Roma o di Mosca! Quanto all’Egitto, arriveremo ad Alessandria come siamo arrivati ad Atene!”

In un angolo del vagone, un giovane ufficiale di stato maggiore, intento a riordinare gli appunti per la solita relazione, udì le parole di Mussolini e, più tardi, le riferì ad alcuni colleghi fidati.
“Perfino Cavallero, quando sentì parlare di Atene con tanta disinvoltura, restò senza parole. Si limitò ad assentire vagamente, poi portò la conversazione su un argomento meno imbarazzante. Ma restò nell’aria un senso di tristezza. Mussolini aveva accennato alla Grecia con l’aria di aver dimenticato la tragica sorte degli ultimi sei mesi.
Quando Cavallero, poco dopo, tirò in ballo i gravi problemi da risolvere al più presto entrando nei particolari, Mussolini ebbe un gesto d’impazienza. Come se volesse già dimenticare, prima ancora di viverla, anche la storia dei prossimi sei mesi.”
Pubblicato e ristampato numerose volte per Garzanti, Feltrinelli fino ad arrivare a Sellerio, questo piccolo libro sospeso tra il saggio storico, il reportage giornalistico e la narrazione romanzesca è uno dei testi più pregnanti della seconda guerra mondiale, almeno sul fronte italiano.
Lo stesso Fusco, che fu militare in Albania, attraverso quest’opera offre uno spaccato ricco di dettagli, alcune volte sulla base dei dati in suo possesso – era telegrafista – o su quelle voci di corridoio che non sono figlie di una certa cultura televisiva, del desiderio di dire la propria su avvenimenti contestuali anche se distanti.
In tal senso la scrittura lucida, a tratti ironica e partecipata senza cercare l’effetto, fanno di ‘Guerra d’Albania’ un affresco credibile, che non rimane epidermico.
Fusco, antifascista, evita però le deduzioni sommarie, ma solo perché queste non sono coerenti alla realtà.
Il libro (160 pagine circa) affronta senza una parola in più la politica bellica del periodo, vista dalla parte dei soldati e di un giornalista scrittore in campo, sfatando anche qualche cattiva interpretazione, peraltro mai suffragata da fonti storiche, occupandosi non solo del fronte greco-albanese, ma anche di quello slavo, russo, francese, africano.
In pillole alcune precisazioni storiche e di analisi delle esperienze vissute, secondo il testo e non solo.
Le truppe italiane erano considerate unanimemente tra le più valorose d’Europa, ma scarsi i mezzi e la preparazione a loro supporto. L’allora Ministro della Guerra ribadì più volte che per sostenere fronti del genere occorreva impegnare minimo 20 mld di lire, che sarebbero una cifretta consistente adesso, figuriamoci allora.
In realtà l’Italia investiva in ricerca e sviluppo in modo considerevole, ma per cose di uso civile e militare che rimanevano prototipi, come per esempio nel centro aeronautico a Guidonia.
L’Italia era un paese con la leva obbligatoria, tutti obbedivano alla chiamata alle armi. Allora lo fecero con un sentimento vago, che se si era deciso così ciò fosse stato in ragione di un bene comune, per quanto fumoso apparisse.
E’ una tragedia dei dittatori avere stima di persone che la possono pensare diversamente, ma prendere delle decisioni in linea con quelle di chi in buona fede o no asseconda i propri desideri o aspettative. Galeazzo Ciano era un imbecille, anche se aveva compreso che Hitler era pazzo, però assecondava o solleticava le ambizioni di Mussolini, che finì per dargli credito. La tesi era che il fronte greco poteva considerarsi collaborazionista come quello albanese, niente di più falso.
Impegnare le truppe in Grecia non rappresentò solo un mero errore di una guerra infausta e scellerata, ma destabilizzò gli altri fronti, e ciò si tradusse in ulteriori morti e mutilati, in uno stillicidio.
Perché Mussolini si era immerso così a fondo in questa guerra, incurante delle conseguenze? L’Italia aveva accordi con tutti, anche con la parte avversa, perché se avesse vinto Hitler il ruolo della Patria sarebbe stato quello di intercedere per una pace non gravosa, in primis a favore dell’Inghilterra. Per Mussolini la vittoria era già di Hitler e l’Italia si sarebbe seduta al tavolo dei vincitori, quindi occorreva combattere anche in una logica di resistenza, tanto l’ora ‘X’ sarebbe scattata, ma i popoli, Inghilterra e Russia tra i più agguerriti, barcollavano vistosamente ma non cedevano. Su certi fronti come quello russo si capì che al duce interessava mietere morti anche tra le proprie fila, per poi sciorinare ciò in sede opportuna.
C’è poi un aspetto poco noto ma significativo. Non erano così pochi quelli che non militavano nel fascismo ma condividevano la politica espansionista, perché ritenevano semplicemente che l’Italia dovesse seguire ciò che paesi come Francia, Inghilterra e Russia facevano. Ci furono anche alti gradi militari che non vollero mai la tessera del PNF. La politica espansionista dell’Italia, come quella degli altri paesi europei, partì molto prima degli eventi della seconda guerra mondiale. Se l’ideale di conquista dovessimo considerarlo un tratto distintivo del fascismo, allo stesso modo occorrerebbe ritenere Inghilterra, Francia e Russia paesi ‘fascistissimi’.
Con l’armistizio dell’8 settembre iniziò una nuova e pericolosissima guerra su tutti i fronti. Moltissime divisioni, reggimenti, truppe, rifiutarono di consegnare le armi ai tedeschi e fu autentico eroismo.
Se prima i fronti erano duri e complicati, l’Italia in queste circostanze riuscì non di rado a impegnare i nazisti superando la differenza che vi era nell’artiglieria, negli armamenti.
Chi ritiene che gli italiani siano stati una sorta di banderuola in balia del vento probabilmente non è a conoscenza delle tante Cefalonia (altro che ‘Mediterraneo’ di Salvatores!), dove la base dei soldati stessa si ribellò a quello che i superiori avevano democraticamente deciso, ovvero di consegnare le armi ai tedeschi e farsi traghettare verso campi di raccolta truppe. Altrove una parte lo fece e ritornò dopo mesi in Italia, mentre molti altri ingaggiarono un conflitto che portò anche alla Liberazione di molte città e regioni geografiche. Ed è per questo che di fondo la Resistenza si attua in ambito militare e intere divisioni sono menzionate e medagliate dall’ANPI.
Cosa rimane di tutto ciò? Una malinconia latente. L’idea certo di un successivo riscatto, ma anche la sensazione forte di uno spreco di vite, di energie, di mani generose che sapevano fare tante cose, di un nastro che si rompe e gira a vuoto sul suo supporto, e poi il dissesto di famiglie monche, spezzate, prive della guida e dell’esperienza paterna. Una società priva di una parte dei suoi enzimi, perché è opinione diffusa che fra i tanti che non tornarono c’era l’Italia migliore, anche se poi infine nulla si perde ma tutto si rigenera.

Gino Pitaro

Nasce a Vibo Valentia e ha svolto attività di redattore, articolista freelance e di documentarista. Vincitore di numerosi premi, è autore del romanzo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore, 2011), Babelfish (Ensemble, 2014) e Benzine (Ensemble, 2015).

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