FOLLIA di Patrick McGrath, ovvero UNA STORIA DI CORNA PAZZE ALL’OMBRA DEL MANICOMIO CRIMINALE.

La storia è questa: una coppia, Max e Stella, si trasferisce all’interno di una grande struttura, un ospedale psichiatrico criminale assieme al figlio di età scolare Charlie. Siamo nel ’59 e siti del genere, evoluzione del vecchio manicomio criminale, cominciano a radicarsi. Max è uno psichiatra, assunto come vicedirettore, che ambisce a dirigere la struttura. Stella è figlia di diplomatici travolti da scandali. Lui è un tizio un po’ anonimo, sembra soppesare tutto con l’occhio di un entomologo, ma non è un cattivo soggetto, nonostante non sia proprio un passionale. Né ribelle e né particolarmente succube del perbenismo dell’epoca. Stella è bella, ricorda da vicino proprio le dive dell’epoca, di una sensualità insuperabile. Peter, un collega probabilmente omosessuale, diventa loro amico. Stella conosce Edgar, un paranoico che ha ucciso in modo efferato la moglie, tagliandole la testa e cavandole gli occhi, per farne un modello infilzandola a un palo. E’ un artista. E’ lì per uxoricidio e si occupa della serra. Tra la mogliettina e l’artista-sanguinario-giardiniere nasce la passione. Lui non ci sta con la testa e con l’anima, lei forse pure ha qualcosa che non va: isteria? Dopo essersi abbandonati reiteratamente agli amorosi sensi, ricavando un’alcova nell’area ospedaliera, lui ruba i vestiti di Max e scappa. Alla fine si trova il modo di ricongiungersi a Londra, dove vivono in clandestinità, in quanto anche Stella era fuggita.  Lei, felice, ha trovato l’amore della sua vita. Lui lo pensa pure, ma nel profondo vuole una ‘testa’. La testa è il terminale della sua ricerca interiore, dei suoi nodi irrisolti, delle tensioni artistiche. Stella alla fine scopre che davvero è un paranoico (ma non dirmi), convinto che le partner lo tradiscano con centinaia di uomini, ma appunto ‘poverino’ non è un criminale se è un pazzo assassino, eh! ognuno ha i suoi problemi. Lei pure, che colpa ha se è insoddisfatta della sua vita? A un certo punto, durante in un momento di separazione i due vengono trovati e ricondotti alla ‘società civile’. Lui come folle conclamato. Lei come moglie traditrice e ridicola, che se l’è fatta con il paziente, rovinando suo marito. Il buon Max fa un mezzo tentativo per salvare carriera e matrimonio, dato che nel frattempo si è giocato il posto di direttore. Viene assunto nel Galles, ma le cose non migliorano, tuttavia Stella si consola con Trevor, un virile e rude fattore, che affitta loro metà casa (erotismo: ma che bel culo bianco che hai). Stella vorrebbe fare la brava mamma e va con Charlie a una gita. Charlie annega mentre lei lo guarda fumando una sigaretta. Era Edgar che lei vedeva, non Charlie. Nei suoi occhi si formava la concretizzazione di tutta questa situazione che voleva che scomparisse (?). Insomma, Stella in un certo senso è la madre di tutte le Franzoni, quella del delitto di Cogne.
Alla fine dopo una trafila poliziesca e giudiziaria lei viene internata nell’ospedale del caro amico Peter, che la prende in cura. Stella sembra passare attraverso tutte le fasi di angoscia che precedono la guarigione. Peter, nonostante abbia altre preferenze, le chiede di sposarlo. Il matrimonio risolve il problema della conversazione, dice. E’ un uomo colto ed è attratto da Stella, in anima e bellezza, non nel sesso, perché il suo sesso parla un altro linguaggio.
Una sera c’è il ballo all’ospedale, proprio dove più di un anno prima lei aveva ballato con Edgar, che in quell’occasione si strusciava su di lei inopportunamente (?). Indossa un vestito nero, ma non è per una sorta di elaborazione luttuosa. No, in realtà sta preparando il suo suicidio, perché sa che non potrà più ricongiungersi a Edgar. E Charlie? Ma chi se lo è mai filato quel figlioletto grassoccio! E’ per Edgar che è in lutto, il quale – per inciso – se considerava la prima e santa moglie come una baldracca, pensa che Stella sia una specie di animale che non attribuisce nessun valore al sesso. Lo fa con tutti, sempre. Lo ha sempre fatto, anche davanti ai suoi occhi. Edgar, nun ce stai proprio co ‘a capoccia.
E niente, alla fine il buon Peter conserva tutti i disegni di Stella che Edgar ha realizzato e anche la scultura della faccia tutta tagliuzzata, secondo il modello del nostro paranoico.
A me questo libro ricorda vagamente certi melodrammi americani tra la metà degli anni ’50. Se Stella rammenta tizie come Ava Gardner o Lana Turner, McGrath mi fa venire in mente un Raffaello Matarazzo (il regista di ‘Catene’ e tanto altro) in salsa psicologica. Se McGrath è Matarazzo, Stella può essere Yvonne Sanson. C’è anche la collana ‘Harmony’, detto senza dileggio. Per la famosa collana rosa hanno scritto sempre penne di gran mestiere e anche ottime scrittrici, lo dico davvero.
Personalmente la psicologia, la psicanalisi e la psichiatria in ambito criminale sono davvero molto utili quando si tratta di profilare un reo o determinare la dinamica di una situazione, di un ambiente sociale, di una struttura familiare. Sono supporti utili in tanti ambiti criminologici. Raramente però da ciò nascono delle valide attenuanti. Molti delitti sono commessi in una sorta di galleggiamento della psiche, in uno stato di traghettamento, esaltazione, perdita di cognizione. Tra i casi popolari è così per l’omicidio Meredith, per quello di Marta Russo, ecc. L’attenuante invece scatta all’interno di un paradigma che potremmo definire di ‘buon senso condiviso’, ovvero il povero che ruba per mangiare, la moglie maltrattata che la notte sgozza il marito, il quale magari era pure pedofilo. Questo lo dico perché nonostante il libro sia ben scritto, abbia buone descrizioni e ambientazioni, non si capisce dove voglia andare a parare l’autore, che appunto è figlio di uno psichiatra. Un efferato uxoricidio di un paranoico sarà pure dovuto a un ‘problemino’ del reo, ma non sposta di una virgola il senso delle cose e delle proporzioni. Stella sarà pure un’ossessa, ma è prima di tutto una donna insoddisfatta, che obbedisce a un impulso, malato o meno che sia. Definire un reato sul piano della malattia mentale o del deficit psicologico non è insensato, ma fuorviante rispetto alla sostanza dei fatti. Benissimo quando invece la psicanalisi e la psichiatria si occupano di indagare gli animi e le menti, in tal senso possono essere sempre di grande aiuto. Per McGrath invece il mondo è solo un grande ospedale.
Questo libro è pubblicato da una casa editrice di grande qualità e sofisticata come la Adelphi, che ci propone sempre tante nuove belle, coinvolgenti e interessanti letture. Noto tuttavia sempre più come molte eccellenti proposte provengano da medie e piccole realtà editoriali. Mi sembra che la differenza vada assottigliandosi. Si sceglie più spesso di parlare di libri del circuito ‘mainstream’, pensando che l’opinione possa essere più disinteressata, e non troppo di rado ho evitato di parlare di testi pubblicati da piccole realtà per non incorrere nel sospetto di fare ‘pubblicità occulta’, come se poi fosse scontato parlare in modo imparziale di un libro pubblicato da una grande azienda. A me è capitato invece di trovarmi in imbarazzo nel commentare libri molto popolari, decidendo poi di lasciar perdere.
Voto a ‘Follia’: 6,5.

Gino Pitaro

Nasce a Vibo Valentia e ha svolto attività di redattore, articolista freelance e di documentarista. Nel 2011 il suo esordio come autore di romanzi con "I giorni dei giovani leoni" (Arduino Sacco Editore), poi per la Ensemble pubblica rispettivamente nel 2013 e 2015 "Babelfish, racconti dall'Era dell'Acquario" e "Benzine", vincendo numerosi premi letterari. "La Vita Attesa" è il romanzo per Golem Edizioni pubblicato nel 2019. Vive in provincia di Roma.