2 AGOSTO, I SEGRETI di BOLOGNA di Valerio Cutonilli e Rosario Priore

2 AGOSTO, I SEGRETI di BOLOGNA di Valerio Cutonilli e Rosario Priore (Chiarelettere). L’anniversario della strage di Bologna è costellato dei soliti servizi televisivi, dei soliti documentari, della solita commemorazione dove si chiedono i mandanti, dando per scontato la matrice fascista della strage.
In realtà le cose sono diverse. I due processi non hanno portato a nessuna conclusione plausibile, anche se è prevalente nell’immaginario comune la strage eversiva nera.
Tant’è che Fioravanti oggi è un uomo libero. Si è sempre considerato un assassino e non ha mai fatto sconti su se stesso in merito ai suoi delitti, permettendo di risolvere anche alcune indagini dove era sospettato o meno, tuttavia il terrorista ha sempre detto di non aver nulla a che fare con la strage. E in effetti i processi hanno portato solo punti interrogativi.
Ma il vero punto interrogativo è questo: come mai se la strage è fascista e i mandanti necessariamente sono uomini delle istituzioni ormai passati a miglior vita e legati a partiti, congreghe o enti defunti o spazzati da tangentopoli, si continua a mantenere il segreto di Stato, dato che tutti adesso ne avrebbero da guadagnare?
Semplice, perché il ‘Segreto’ non è questo, ma riguarda aspetti in merito agli accordi dell’Italia con i terroristi palestinesi e più in generale una certa politica che l’Italia – come altri -, faceva allora sullo scacchiere mediterraneo e mediorientale, che invece avrebbe ripercussioni ancora oggi, data la vivacità delle questioni nordafricane e del vicino est.
C’è poi il principio dei vasi comunicanti, ovvero che le forze eversive dello Stato, interne ed esterne, hanno appunto in comune l’eversione, per cui è un dato di fatto naturale che un ‘movimento’ o un’azione cerchi di essere strumentalizzata o coadiuvata da un’altra. Può esserlo a fin di bene, ma più spesso – per la natura stessa di un’azione negativa -, lo è a fin di male. Dentro la strage di Bologna c’erano tutti quelli che la ritenevano utile per i propri fini, attraverso un’opera di attento monitoraggio e di silenzio-assenso o con una partecipazione attiva, per cui se anche per esempio dessimo per sicura la matrice fascista, non potremmo non considerare il terrorismo palestinese, perché entrambe le forze sapevano cosa avessero in progetto gli altri nei dettagli. E così anche altri soggetti. Dove c’è sangue guarda caso ci sono tutti. E c’erano in tanti a Bologna quel giorno, tranne (forse) proprio Fioravanti.

Gino Pitaro

Nasce a Vibo Valentia e ha svolto attività di redattore, articolista freelance e di documentarista. Vincitore di numerosi premi, è autore del romanzo I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore, 2011), Babelfish (Ensemble, 2014) e Benzine (Ensemble, 2015).

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